Prendere coscienza del potere delle FORME-PENSIERO

– di FRANCESCO BONSANTE –

La nostra società da tempo sta vivendo, senza accorgersene, come in una condizione di sindrome post-traumatica. Non una forma lieve, ma una di quelle gravi, caratterizzate da anestesia emotiva e persistenza di rappresentazioni mentali negative. I segni di coscienza del disturbo ci sono ma generici, sono un malessere diffuso, un timore generalizzato, un senso di essere vittime mescolato a un senso di colpa. Ci è stato fatto qualcosa ma non ricordiamo precisamente come, quando, da chi. Apparentemente nessuno ci ha direttamente minacciati, ricattati, costretti a subire una vita come quella che viviamo, eppure la maggior parte della gente parla della sua vita come di una catena di obblighi da cui non si può sottrarre, non si può liberare. Perfino le ferie o gli svaghi diventano una fonte di stress. C’è un trauma che ha originato tutta questa “passività”? Forse non c’è, non ce n’è uno solo forse. Dall’attentato dell’11 settembre, di Londra, di Madrid, agli orrori della Bosnia o del Ruanda (per citare solo quelli più “mediatizzati”), la striscia di Gaza, gli tsunami nell’Oceano Indiano, il terremoto in Abruzzo, è una valanga di informazioni catastrofiche di eventi per i quali non c’è niente da fare. Il messaggio che rimane sullo schermo della mente dopo ogni bombardamento giornaliero è: “Non si può fare niente”. Con tutto quello che succede, dobbiamo ritenerci fortunati se alla sera possiamo andare a letto con le nostre gambe. Siamo esseri umani in balìa di un destino ineluttabile. Guardando più vicino a noi, l’immondizia viene spostata a vagonate dalle città a inquinare le campagne, ma d’altronde che altro vuoi fare… e così il cibo è avvelenato ma tanto mica possiamo non mangiare, l’ambiente è sempre più irrespirabile ma senza macchina non ci si può muovere, da mare e da terra arrivano orde di “popoli selvaggi” e non si può fermarli né accoglierli, la droga è la maggiore fonte di reddito nazionale e i governi ormai da decenni stringono alleanze con la mafia ma chi può impedirlo?… Non c’è un solo problema o una sola calamità di fronte ai quali si ha l’impressione che sia possibile realisticamente un rimedio. Io stesso già solo mentre scrivo queste righe riesco a convincermene. Sopraffatti da tanta impotenza non resta che l’anestesia emotiva -più che indifferenza è catatonia- che rasenta la mancanza totale di reattività, ecco prodotto lo stato d’animo dominante e diffuso. In questo modo si accetta qualunque cosa, condizioni di lavoro, relazioni, valori. La venuta dell’epidemia di coronavirus ha rimarcato il quadro, ci sentiamo messi con le spalle al muro, senza possibilità di incidere, senza potestà sulla nostra vita, mentre l’autorità ci mette e ci tiene in condizioni di ulteriore impotenza e passività.

Ma non finisce qui. L’altra caratteristica psichica dello shock sono le forme-pensiero potenti e condizionanti, che bloccano il processo di naturale elaborazione dell’esperienza. Non sono i ricordi traumatici che riportano ossessivamente a sé, alla paura passata, al pericolo passato. Le forme-pensiero post-traumatiche sono delle convinzioni che ipotecano il futuro creando un’estensione del clima di paura a tutte e per tutte le evenienze che possono essere associate all’esperienza negativa, cioè teoricamente tutte.

Le forme-pensiero sono convinzioni implicite, spesso non coscienti, che guidano e condizionano l’ampiezza del nostro pensiero, della nostra motivazione e della nostra volontà. Non sono coscienti ma neanche inconsce, sono una sorta di retro-pensiero che si sistema alla base della nostra mappa cognitiva-emotiva del mondo e di noi stessi. Sorgono con i traumi che possiamo subire da adulti, ma spesso sono decisioni infantili che abbiamo preso senza rendercene conto, di fronte, o in seguito, a esperienze particolarmente negative, frustranti o shockanti. “Non mi fiderò di nessuno”, “Sono debole”, “Non posso farcela da solo” così come tanti altri, sono esempi comuni di pensieri che assumono nel corso della vita una stabilità e una forza data soprattutto dalla loro auto-referenzialità. Così come il pensiero delirante e paranoico non ha bisogno di conferme e verifiche perché manipola i dati di realtà riportando tutto nei propri termini e convalida in tutti i casi le sue premesse, allo stesso modo le forme-pensiero non vengono messe in discussione dall’esperienza. Questo per varie ragioni. Intanto l’esperienza viene filtrata dalla forma-pensiero. Esempio tipico, quello dell’autosvalutazione: “se una cosa mi va bene è per fortuna, se mi va male conferma che sono incapace”. Soprattutto però la caratteristica tipica della forma-pensiero è che influenza la realtà, è in grado di far succedere quello che è nelle sue premesse, è la classica profezia che si auto-realizza, in questo caso un’auto-profezia che si auto-realizza. Di conseguenza l’esperienza finisce col confermare le aspettative e anche le ansie e i timori di partenza. Noi non ci rendiamo abbastanza conto di quanto potere abbiamo nell’influenzare ciò che ci accade, e non solo ciò che facciamo direttamente, ma tutto quello che entra in relazione con ognuno di noi. Ognuno ha la sua sfera individuale d’influenza, normalmente inconscia; a maggior ragione questa si rinforza quando si somma ad altre menti orientate nella stessa direzione e ha la portata di un pensiero collettivo e condiviso.

Questo per arrivare a dire che la forza della forma-pensiero funziona anche in positivo, non solo in negativo e che può essere consapevole invece che inconsapevole. L’idea del pensiero positivo è stata giustamente oggetto di irrisione, perché in troppi casi è l’idea ingenua che il pensiero positivo “razionale”, staccato dall’emozione, dalla paura o dall’insicurezza sottostanti, staccato dalle radici delle forme-pensiero limitanti che affondano nella nostra psiche infantile, possa da solo supplire alla nostra capacità di auto-suggestione negativa. La positività del pensiero invece ha una sua forza indubitabile, che è proporzionale all’allineamento di pensiero, emozione e volontà, congruenti e concentrati in una stessa direzione. Non vorrei in questa sede entrare in una disquisizione sulla capacità della mente di modificare la realtà, cosa di cui la Noetica si occupa già da decine di anni, ma piuttosto alla capacità di suggestione e autosuggestione, che costituiscono le premesse per un uso libero della propria mente e dei suoi poteri. La Programmazione Neurolinguistica da tempo ha analizzato a fondo i modi in cui le suggestioni possono essere indotte in modo più o meno aperto o subliminale. Quanto più un’informazione è comunicata in modo nascosto, contrabbandata, implicita, tanto più agisce la sua influenza. L’informazione una volta data per scontata, non è più discutibile. Per esempio se dico: “Non cercate nelle altre marche ciò che solo la nostra auto può darvi”, è un messaggio che non tenta di convincervi che vi serve un’auto, perché dà per scontato che ne abbiate bisogno. Se accettate questa premessa, la vostra attenzione andrà solo a riconoscere il prodotto più vantaggioso o più competitivo, ciò che più risponde ai vostri desideri, e non vi porrete più la domanda se una macchina davvero vi serve o no.

Questo può essere l’esempio di un piccolo tassello in un mosaico di convinzioni su cosa vogliamo e cosa non vogliamo, come siamo, cosa facciamo, dove andiamo ecc. Siamo ciò che consumiamo. E’ quasi comico pensare che le grandi risposte esistenziali che hanno sempre occupato le menti dei filosofi, oggi vengano fornite dalle suggestioni subliminali del sistema consumistico. Preferisco usare il termine sistema consumistico a quello di sistema capitalistico, perché aderisce meglio ai princìpi e ai valori fondanti della nostra società attuale. Prima che cittadini, prima ancora che esseri umani, siamo dei consumatori. Ci viene chiesto di esserlo in nome della nazione, addirittura in nome della civiltà occidentale. Se non consumiamo avremo sulla coscienza il crollo del PIL e con esso la catastrofe di questo sistema. Non sono le mie idee, ma sto analizzando le forme-pensiero che sostengono ogni messaggio mediaticamente condiviso. Da un lato abbiamo questo forte appello a consumare (e consumarci), un appello e al tempo stesso una risposta alla nostra dignità, al nostro orgoglio, alla nostra competitività; dall’altro abbiamo il messaggio d’impotenza: lasciate ogni speranza di cambiamento, chi è già avvantaggiato è destinato a vincere e vincerà. Chi non si adegua e non si conforma, è un debole e non c’è spazio per persone così. Non occorre dirlo esplicitamente, è sottinteso in ogni comunicazione, dal momento che un’altra potente forma-pensiero è che viviamo in un “mondo pubblicitario”, dove impera l’apparenza e la capacità di reclamizzarsi, dove nessuno dice la verità, non c’è distinzione tra verità, falsità e pubblicità.

Il sistema organizzato su queste premesse però non può permettersi di bloccare proprio tutte le uscite: gli schiavi si ammazzerebbero da soli o l’un l’altro. Come nei lager, il sistema consente una sola strada: la furbizia; conta solo il risultato, non importa come, salvare se stessi a spese degli altri.

Se vi rendete conto che questi messaggi vi arrivano costantemente in una qualunque trasmissione televisiva, in un film, nei giornali, in tutto il nutrimento quotidiano della mente che ogni giorno si sveglia in cerca di conferme costanti dell’esistenza di un mondo solido e reale lì fuori, vi rendete anche conto da dove nasce il vostro stato d’animo. È previsto che noi siamo, a nostra volta, conduttori e distributori di queste forme-pensiero, che –sottolineo- qui ho solo iniziato a descrivere. Esse si articolano e si declinano in ogni forma dell’esistenza, dalla salute, alla sessualità, al potere…

Le forme-pensiero che ci inducono insensibilmente alla rassegnazione e all’assopimento della coscienza non sono però la realtà. Abbiamo ancora la coscienza e anche i mezzi per sottrarci a questa “ipnosi”.

Proprio conoscendo la sostanza su cui poggiano le fondamenta della nostra cultura odierna e i suoi meccanismi, possiamo consapevolmente ribaltare la prospettiva agendo a livello psichico e pratico per costruire e propagare, a livello di cultura collettiva, convinzioni per stabilizzare forme-pensiero in cui la dignità umana non è una merce in una catena di distribuzione ma è qualcosa di inalienabile, in cui la libertà e la responsabilità sono legate tra loro per determinare il proprio percorso nella vita, in cui gli esseri umani sono in grado di continuare a evolversi finché ne hanno bisogno, senza doversi paragonare gli uni agli altri con un numero (o un badge) al collo, in una corsa in tondo come cani dietro alla finta lepre di un cinodromo. E soprattutto possiamo formare e trasmettere convinzioni in cui l’amore è un sentimento diffuso e non uno strumento di ricatto e manipolazione dell’altro. Questo soprattutto è ciò che può scardinare il sistema di convinzioni basato sulla diffidenza, sulla rivalità, sul senso di penuria morale e materiale che sostiene l’isolamento verso cui tutti siamo altrimenti destinati.

“Anima mediatica”, numero speciale 13-12-2009 – Modificato il 13-12-2020

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